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il mio amico eric

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il Cinema d'Autore contemporaneo:

IL MIO AMICO ERIC di Ken Loach (GB-ITA-FRA 2009)

La finta inebriante di Eric Cantona
di Roberto Silvestri
Il Manifesto

«Il Dio del cielo nell'altra vita ci aiuterà, perché il suo nome è Cantona». Dopo «Gran Torino» ecco arrivare «Gran Manchester», sulle ali del celebre inno hooligans, di pugni chiusi, cromatismi rosso sangue come le nostre bandiere, e di un montaggio di azioni da gol da capogiro. Questa commedia è una riuscita bestemmia contro il cattivo cinema e contro i «film sul calcio» finora realizzati, e sempre, stranamente, deludenti.
Infatti, nonostante tutto, Eric Cantona ancora ci crede alla magia dell'assist perfetto e di un gioco che gli «orange» e l'Ajax ritrasformarono nel più bello, «totale» e eccitante del mondo (non segue, evidentemente, le vicende della nostra sempre più fetida serie A). L'attaccante francese per anni in esilio oltremanica, è il protagonista di Looking for Eric (Il mio amico Eric) di Ken Loach, tifoso del Celtic Glasgow. Sua l'idea («può contribuire il gesto atletico adorato dalle moltitudini violente alla crescita etica di una comunità»? Risposta: «certamente sì») e sua la produzione esecutiva, chi ha riscritto per il grande schermo è Paul Laverty, sceneggiatore un po' decorativo per i gusti tattici di Cantona, e monomaniaco negli ultimi tempi. Sta richiedendo infatti a Loach il massimo della concentrazione sui tempi comici applicati alla tragedia della mascolinità contemporanea in crisi, sue origini e conseguenze (di misoginia naturale, quella proletaria, dura e pura); football come religione del popolo, politeista e potenzialmente eversiva; amicizia virile come orizzonte sentimentale e pulsionale unico; crisi di panico di fronte alle donne tanto adorate quanto temute; il rock'n'roll, la birra a damigiane nel pub e il tifo ultrà come pratiche comportamentistiche e gestuali apocalittiche ma integrabili... Tutto questo circonda la vita di un postino di mezza età in semi depressione, Eric Bishop (Steve Evets), che non sa educare i due figli adolescenti come dovrebbe, sempre nostalgico del big love della vita, la ballerina con la quale vinse un premio di rock in gioventù, ma che abbandonò incinta, e che d'un tratto, bionda come allora, riappare, con tanto di figlia laureanda. I colleghi e amici di lavoro e di tifo «red» cercano di fargli tornare il sorriso sulle labbra, ma sarà la fantasmatica presenza dell'idolo della sua vita, Re Cantona, che gli appare al fianco come la madonna, con i suoi consigli esistenzial-atletici e le sue sagge massime da zio Tom, a fargli superare qualunque problema e blocco. A restaurare l'amore e a salvare dal carcere il pargolo traviato, con una azione di massa finale degna di un gol di Eric, con tiro al volo nel «sette» dell'Arsenal, e una messa in scena in omaggio a Kathryn Bigelow.
Loach svela nel tifo e addirittura nel delirio dell'alienato e della alienata ultras, una taumaturgica tecnica di reazione alle frustrazioni e alle miserie della condizione proletaria che nessun altro, né chiese né partiti né sindacati, vuol attivare. Anzi. Forse perché in Gb i Moggi e i Galliani non fanno danni e i Mourinho non devono svendere giocatori rom solo perché glielo ordina il racket tv (anche se Murdoch pure lì ha deviato il pubblico del calcio, espellendo dagli stadi i suoi intenditori proletari e riservando i posti a nuovi ricchi o teppisti ben prezzolati). «Se a sinistra la difesa è invalicabile va aggirata a destra, e, soprattutto, non basta sorprendere il centrale avversario, per vincere chi devi sorprenderti. Se non fai una 'finta' riuscita a te stesso perdi». Prendiamo nota della profezia di Cantona, se vogliamo creare davvero un buon «partito» tutto nuovo.



dal 29 gennaio al 2 febbraio

ore 18,30-20,30 e 22,45


CineCittà cineclub via Pisana 576 Firenze tel.& fax +39 055 7324510 | info@cinecittacineclub.org

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